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Il poeta e il tiranno. Anna Achmàtova negli anni dello stalinismo
Questo è il riassunto della tesi di laurea di Emanuela Martellacci [email].
Nel presente lavoro si è cercato di esaminare la vita e l'opera di Anna Achmatova inserendole nel contesto del regime sovietico ed analizzandole sotto un'ottica ancora parzialmente inesplorata dalla critica.
Abbandonata definitivamente la concezione che esclude, nell'analisi del percorso biografico ed artistico della scrittrice, qualsiasi punto di vicinanza con il regime, si è giunti alla conclusione che il regime sovietico e
la poetessa rappresentano un'unità inscindibile. Tale considerazione è a nostro parere un presupposto fondamentale per raggiungere un livello più completo di comprensione non solo dell'opera della poetessa, ma anche
della sua biografia. A tal scopo abbiamo suddiviso il percorso sociale di Anna Achmatova, rapportandolo, quando possibile, ai principali avvenimenti storici dell'Unione Sovietica ed esaminandolo entro tale contesto.
Gli anni dello stalinismo sono stati analizzati con particolare cura, in quanto si ritiene che sia gli elementi di "sovieticità" che quelli di vicinanza con il regime inizino a nascere proprio in questo periodo.
Nella trattazione del rapporto Achmatova-Stalin, assente per altro nella maggior parte degli scritti critici e delle biografie, si è fatto riferimento al Mif bol'šoj sem'i (Il Mito della Grande Famiglia), che vedeva
Stalin nel ruolo di "saggio padre" e ne sanciva il legame con la Terra Russa. Abbiamo altresì riscontrato un'analoga funzione esercitata dall'Achmatova nella "microsocietà" cui faceva capo negli
ultimi anni della sua vita. Gli elementi di vicinanza non si esauriscono qui, basti pensare al richiamarsi della poetessa alla tradizione e alle modifiche da lei apportate nella rielaborazione della stessa, così come Stalin
e il regime sovietico avevano tentato di inserire il concetto di rivoluzione nella tradizione russa. Particolare attenzione è stata dedicata agli elementi di effettivo contatto tra la scrittrice e il tiranno, quali le
lettere che ella gli inviò per intercedere per il figlio ed il marito arrestati, oppure il ciclo di poesie Slava Miru (Gloria alla Pace), scritto con lo stesso intento. Analogamente si ritrovano tentativi da parte di Stalin di
coinvolgere la poetessa nella vita pubblica del paese, soprattutto durante la seconda guerra mondiale, sfruttando il grande successo di cui ella godeva ed il suo ruolo altamente rappresentativo per la popolazione. Nella
trattazione dell'interdizione ufficiale dell'Achmatova nel 1946 si è riscontrato che proprio tale successo aveva portato Stalin ad impedire la pubblicazione della scrittrice. Anche dopo la morte di Stalin nel 1953,
Anna Achmatova continuerà ad essere sottoposta ad una severa censura in patria. Nonostante ciò ella sceglie ancora di rimanere in Unione Sovietica, non riuscendo evidentemente a distaccarsi dal contesto sociale che ha occupato
la maggior parte della sua vita. Nel secondo capitolo del presente lavoro si analizzano gli elementi di sovieticità di Anna Achmatova nel loro riflettersi nelle opere più importanti. Paradossalmente tali elementi si
ritrovano nell'opera considerata all'unanimità più avversa al regime: Requiem. In esso sono riscontrabili sia la perdita dell'individualità e la volontà di condividere il destino comune, che le modifiche che subisce
la tecnica del dvojnicestvo (la ricerca di un sosia, di un doppio), nel corso dell'evoluzione poetica achmatoviana. L'ultimo stadio di sviluppo di tale tecnica è da ritrovarsi nell'opera, a detta di molti più
importante della poetessa, Poema bez geroja (Poema senza eroe). Nella trattazione della concezione religiosa della poetessa si sono riscontrati svariati elementi di polemica con l'elemento divino e di senso di abbandono
da parte di Dio. Si è rilevato inoltre come la salvezza dell'eroe achmatoviano scaturisca solo dalla rinuncia alle passioni e alla propria identità. L'elemento di accusa verso gli oppressori non esclude
l'associarsi dell'eroe lirico alla schiera dei colpevoli, così come il concetto dostoevskiano dell'uomo "colpevole di tutto e per tutti" aveva trovato una trasformazione nella concezione totalitaria che
trasponeva la colpa dal singolo "carnefice" alle vittime della repressione stessa.
[Biografia]
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