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In questa pagina è ospitato il lavoro di Eva Romanet “Anna Achmatova”.
LICEO SCIENTIFICO STATALE “M. GRIGOLETTI” PORDENONE
ANNA ACHMATOVA
A cura di Romanet Eva
Classe 5^F
Anno scolastico 2004/2005
Esami di stato conclusivi dei corsi di istruzione secondaria superiore
INTRODUZIONE
Una donna passionale, che ha provato dolore e sofferenza in molte circostanze della sua vita; ha parlato dell’amore in tutte le sue versioni, senza pudore né vergogna nel presentare un sentimento
carnale, reale e non qualcosa di astratto; ha trovato nella poesia un rifugio e vi ha riposto tutta la sua agonia, facendo diventare i suoi versi i più famosi della letteratura russa e allontanandosi dai “vecchi”
simbolisti, verso la ricerca del vero, del reale…
La sua voce si è dimostrata unica nella Russia travagliata a causa della rivoluzione, delle guerre e della perenne povertà in cui sprofonda l’immenso
territorio: è la poetessa avversa ad ogni insurrezione.
Una donna che è riuscita a mantenere la sua poetica e il suo stile senza lasciarsi abbandonare alle influenze della nuova arte e letteratura che l’ hanno
circondata durante il secolo.
Una donna sottomessa e timida, di cui i pittori hanno eseguito il ritratto, di cui ognuno conosce i tratti del viso, gli occhi malinconici, la frangetta, lo scialle, e i cui libri vengono
letti ormai in tutto il mondo.
Anna Achmatova ha avuto un notevole successo, rimanendo sempre se stessa malgrado la vita travagliata, la quale, nonostante tutto, le ha ispirato incomparabili poesie.
A lei è
dedicata la mia area di progetto “Voci di donne”: scrittura, lettura, interpretazione della realtà al femminile tra ‘800 e ‘900.
Ho conosciuto questo personaggio leggendo una sua poesia
d’amore, durante una lezione di russo, e mi ha talmente affascinata da volerne conoscere di più della sua storia e arte poetica.
Attraverso ricerche ed approfondimenti ho scoperto quanto sia stata difficile la sua
vita, quanto ha sofferto ed i motivi per cui le sue poesie assumono sempre toni di dolore e angoscia.
È una donna emancipata, forte e spesso si lascia andare a nuovi amori, incapace di non amare.
L’amore è
il tema principale delle sue poesie: eros e passione percorrono i versi delle poesie giovanili, le più belle, a mio parere.
Il suo esser donna è chiaramente espresso dalla sensualità, sensibilità ed emozioni che
traspaiono dalle poesie: il modo in cui cita i sentimenti e specialmente il dolore, la totale immersione negli oggetti e le sensazioni a cui questi rimandano, la ricerca del compagno e di intimità con lui…
Inoltre
la lontananza dal figlio e il timore della sua morte la induce a scrivere poesie riferite a lui, al suo destino, all’amore che una madre prova per qualcuno che è parte di lei, poiché nato dal suo grembo.
Nelle
produzioni successive si fa sentire, infatti, la stanchezza di una donna colpita negli affetti più cari, nel suo lavoro e passione.
I suoi versi contengono un tono più religioso e di preghiera, nella speranza che il
figlio ritorni da lei sano e salvo.
Dalle vicende che le accadono nascono le sue poesie, dapprima infelici per un amore non corrisposto, poi dolorose per la possibile condanna a morte del figlio, infine incredule davanti
all’orrore della rivoluzione e delle guerre.
Nonostante le continue avversità (il divorzio dal marito, l’uccisione di questo implicato in un complotto, i continui matrimoni infelici, la
deportazione del figlio, le critiche da parte di altri intellettuali e le continue accuse di estetismo…), Anna è sempre stata determinata a produrre i suoi versi, anche quando le era stato vietato di scrivere, stendendo
sulla carta le sue impressioni ed emozioni di fronte a quella realtà nella quale si sentiva estranea e diffondendo parole cariche di impulso esistenziale: passione e soprattutto dolore sono i sentimenti che percorrono le sue
liriche, dettati dai suoi stessi stati d’animo, in cui è difficile scorgere uno spiraglio di felicità.
E questi due stati emozionali vengono espressi concretamente, senza l’utilizzo di metafore o doppi sensi,
e descritte in maniera diversa con il passare degli anni.
Infatti, nonostante i temi restino sostanzialmente gli stessi, la produzione poetica dell’Achmatova subisce un’evoluzione, nella quale si susseguono
contenuti via via più religiosi, riferimenti alla politica, alla questione della guerra che distrugge ogni cosa, alla sofferenza di ogni madre che attende di vedere il proprio figlio fuori dal carcere, al dolore della
gente comune…
La storia dell’epoca è entrata e si è fusa con le sue poesie. Tutto ciò che le accadeva attorno veniva proiettato su fogli di carta e reso indimenticabile dalle sue parole, colme di sentimento e
riflessione per gli avvenimenti.
Anna ha descritto in esse la sua vita e quella della società in cui era cresciuta: un territorio povero, abitato per lo più da misera gente, non alla pari con le potenze occidentali né
sul piano economico e politico, né su quello sociale.
Un paese che ella amava molto, tanto da non allontanarsi mai da esso seppur a rischio della vita e, nonostante la sua intolleranza al regime staliniano, era così
attaccata alla Russia da essere coinvolta totalmente nel sistema del dittatore.
Si nota il suo accento patriottico anche negli anni della prima guerra mondiale, il tono rassegnato di preghiera e speranza verso la sua
terra .
Nulla le ha impedito di scrivere e quando ciò è accaduto, Anna non ha pubblicato i suoi testi ma ha continuato a produrre liriche per poi raccoglierle tutte assieme e divulgarle nel momento in cui il divieto
veniva sollevato.
È stata l’unica, tra i poeti della sua generazione, a vivere così a lungo e a rappresentare la memoria dello spirito della grande terra – madre russa.
La sua produzione poetica è continuata fino al giorno della morte.
È stata insignita della laurea honoris causa ad Oxford (1965) e ha vinto diversi premi grazie alle sue poesie, come l’“Etna –
Taormina” nel 1964.
Le associazioni culturali russe l’ hanno accolta nuovamente dopo gli attacchi alla sua arte che le erano costati l’allontanamento dall’Unione degli scrittori Sovietici e ora la
celebrano come una dei massimi poeti del secolo.
Ovunque è ricordato il suo nome e in tutto il mondo si continuano a leggere le vicende amorose descritte in quei versi semplici e malinconici e ci si immedesima nelle
sue storie di sofferenza e amore inappagato, come succedeva nel lontano 1912, anno in cui è uscita la sua prima raccolta di poesie.
È passato molto tempo da allora, ma i suoi contenuti sono così attuali e concreti che
sembrano essere stati scritti proprio per la nostra generazione.
Nel 1995 su Gene Immediato si leggeva: “Nella poesia russa contemporanea, l’Achmatova si situa come un’icona della memoria, sacra e
blasfema insieme, con la presunzione dei suoi ori e la povertà delle lacche colorate, su una nuda parete azzurra, come sulla tela di Petrov – Vodkin”.
Anna ha fatto della poesia la sua vita, vi ha riposto
tutto il suo amore e dolore e non l’ha mai tradita, e proprio quei versi l’hanno appagata e sollevata dalle continue sciagure subite.
Forse la poesia è stata l’unica cosa a renderla felice.
Anna Achmatova è uno di quei poeti che semplicemente “avvengono”, che sbarcano nel mondo con uno stile già costruito ed una loro sensibilità unica. Arrivò attrezzata di tutto punto e non somigliò mai a nessuno.”
In questo modo, il premio Nobel Josif Brodskij, descrive la donna nata il 23 giugno 1889 a Odessa, e destinata a diventare una persona, e soprattutto una poetessa molto amata dal popolo russo, ma anche dal mondo intero.
Infatti, l’Achmatova fu la prima donna russa a cantare l’amore in tutta la sua passionalità e carnalità che fino a quel momento nessuno aveva osato descrivere, se non attraverso simboli; ma fu soprattutto la
prima poetessa in assoluto, anche se lei amava di più farsi chiamare “poeta”.
Anna Achmatova è in realtà uno pseudonimo per Anna Andreevna Gorenko, che lei riprese dal nome della bisnonna
materna (una discendente del Khan tartaro), in vista del suo desiderio di pubblicare alcuni versi composti mentre frequentava la facoltà di legge a Kiev nel 1907.
Già nei primi versi si notava la sua
particolare sensibilità e inclinazione a descrivere tutto ciò che ella stessa provava di fronte a determinati eventi o esperienze amorose.
Per questa sua diversità rispetto agli scrittori simbolisti, ormai pienamente
radicati nel territorio russo, Anna aderì alla Corporazione dei Poeti (“Cech Poetov”), fondata da S. Gorodeckij e da N. Gumilev, che aveva sposato nel 1910.
Questa corporazione diede inizio al movimento
acmeista: dal 1912 questo movimento si schierò contro il simbolismo e contro la sua concezione della poesia come attività mistica. Gli acmeisti affermavano la necessità di tornare al mondano, al terreno.
Akme in greco
significa “culmine”, ovvero, la poesia “realistica” doveva raggiungere l’essenza più valida e segreta dell’oggetto rappresentato,il punto più estremo della lucidità espressiva, reagendo
all’oscurità del simbolismo privilegiando un’arte chiara e intensa.
Blok e gli altri simbolisti davano alla poesia un peso più mistico che conoscitivo; il loro mito più fecondo era Sofia, la sapienza- sposa
eterna, che equivale al principio divino della creazione; il poeta si rivela profetando così un’era di rinnovamento. Ma le poesie dell’Achmatova “non recano alcuna traccia di simbolismo. Ella ritorna alla
tradizione classica. Reagisce all’amore per le generalità dell’epoca precedente (quella decadente) portando il dettaglio esatto in primo piano” (K. Moculskij).
Infatti, un elemento importante della
scuola acmeista è proprio il ritorno al classicismo e soprattutto lo studio dei testi di Puskin.
POESIE GIOVANILI
Nel 1912 fu pubblicata la prima raccolta di
poesie di Anna Achmatova, “Sera”. Qui è evidente il tema principale: l’amore, cantato in tono intimistico con immagini concrete, un ritmo colloquiale, sinteticità ed energia espressiva. Tralascia le metafore,
parla di gioie e dolori, amori non corrisposti, sofferenza e pace.
Le prime poesie raccontano sempre una vicenda privata, con toni colloquiali, ravvivata da interrogativi retorici che hanno lo scopo di
attirare l'attenzione del lettore. Esse appaiono costruite come piccole missive all'innamorato, a volte sconosciuto, che sembra desiderato così che il tono comunicativo è teso più alla rappresentazione di una
confessione che ad esigere la partecipazione al privato.
Anna tratta qui temi d’amore tragici e si impegna soprattutto ad adoperare un linguaggio che possa contrastare e chiudere quello simbolista, utilizzando un
lessico più sobrio e classico.
Negli anni successivi la sua poetica andrà progredendo fino ad assumere toni religiosi e addirittura riferimenti alla politica e infine al regime staliniano…
Cжала руки под темной вуалью... (Вечер)
Сжала руки под темной вуалью...
“Отчего ты сегодния бледна?”
- Оттого, что я терпкой печалью
Напоила его допьяна.
Как забыды? Он вышел, шатаясь,
Искривился мучително рот...
Я сбежала, перил не касаясь,
Я бежала за ним до ворот.
Задыхаясь, я крикнула: “Шутка
Все, что было. Уйдешь, я умру”.
Улыбнулся спокойно и жутко
И сказал мне: “Не стой на ветру”.
1911
Strinsi le mani sotto il velo oscuro... (Da Sera)
Strinsi le mani sotto il velo oscuro…
“Perché oggi sei pallida?” Perché d’amara tristezza
l’ho ubriacato fino stordirlo.
Come dimenticare? Uscì vacillando, sulla bocca una smorfia di dolore... Corsi senza sfiorare la ringhiera, corsi dietro di lui fino al portone.
Soffocando, gridai: “E’ stato tutto uno scherzo. Muoio se te ne vai”. Lui sorrise calmo, crudele e mi disse: “Non startene al vento.”
1911
TEMI E POETICA
Strinsi le mani sotto il velo oscuro… è la più famosa delle sue poesie, quella che conduce il lettore in un’atmosfera sentimentale e malinconica in cui egli è coinvolto pienamente.
Solo alla prima lettura ci si immerge nell’atmosfera carnale e passionale che l’autrice vuole comunicare.
Un litigio con la persona amata e il timore che questa non sia più innamorata o fiduciosa verso chi le
sta accanto è il tema che percorre la lirica: la donna ha ubriacato il compagno di tristezza e brutte parole, egli addolorato esce di casa, lei lo rincorre e cerca di scusarsi e giustificarsi dei suoi gesti pur di non perderlo,
e alla fine arriva il conforto, quando lui sorride in modo ambiguo – calmo e crudele – e con una chiara metafora le dice di non aver timore e di non lasciarsi andare poiché egli la ama.
Un elemento
fondamentale della lirica e che unisce tutte le sue brevi composizioni giovanili è il mancato incontro con la persona amata.
Il mondo è contemplato e desiderato nella metafora dell’amore, ma questo spesso non viene
realizzato concretamente e il più delle volte resta un’idea platonica o un sogno irrealizzabile o distrutto da qualche amaro o maligno comportamento da parte di uno dei due amanti.
La poetessa è consapevole
dell’impossibilità di incontrare qualcuno o qualcosa e di poter giungere alla felicità promessa. Tuttavia tra le righe si evidenzia il sentimento dell’eros e la ricerca di un contatto fisico con il compagno seppur
lontano psicologicamente.
Accanto all’eros si pone un cristianesimo superstizioso e mitico che è metafora della sofferenza inevitabile, ma nelle sue poesie non esiste un’autentica religiosità.
Molti
avvenimenti e situazioni descritte avvengono all’improvviso. Quando questa improvvisazione è esplicitata nel contenuto, si parla di catastrofe: nel testo sopra, è evidente la catastrofe nella frase–simbolo
“Non startene al vento”. Prima di questo verso il ritmo (prima incalzante) rallenta in attesa della risposta da parte dell’uomo. I fatti veri e concreti sono, nella frase-simbolo, una scelta contemplativa,
l’evasione in un presente esistenziale, per far sì che le sue vicende diventino impersonali (spersonalizzazione).
E proprio questa spersonalizzazione sottolinea l’incapacità di entrare nel flusso del tempo
storico e della vita reale. I suoi personaggi sono indeterminati, vivono in leggende e ognuno si potrebbe identificare in qualcuno di loro. Essi vivono le tragiche disarmonie dell’amore sapendo che “crudeltà è uno
dei principali ingredienti dell’amore; suddiviso con relativa parità tra i sessi: la crudeltà del piacere, dell’ingratitudine, dell’indifferenza, della tirannia e del maltrattamento. Ed anche il piacere di
soffrire e di sopportare una crudeltà.” [1]
L’ amore è quindi rappresentato come crudele solitudine e impossibilità a comunicare (“…E’ stato tutto uno scherzo…”), e il sentimento
che ne scaturisce è un dolore inconsolabile, una sorte eternamente triste.
Allo stesso tempo, però, questa “malvagità” conduce al piacere di soffrire e di provare dolore in una relazione, seppur platonica.
Questi sentimenti opposti e ambigui sono resi con l’utilizzo delle antitesi: il velo oscuro si contrappone al viso pallido della donna, il sorriso dell’uomo è calmo e crudele. Molto frequenti sono queste
antinomie nelle sue liriche.
Nella poesia “Sotto l’icona un liso tappetino…”, il buio sceso nella stanza contrasta con il telaio che biancheggia alla finestra, il profilo della donna è fine,
quindi appare in sintonia con il posto, ma è altrettanto crudele, in quanto contrasta con esso…
Le vicende si svolgono spesso a Pietroburgo: la sua bellezza, armonia e forza si pongono come esatto contrario degli uomini infelici, incompresi, e dei loro sentimenti immutabili.
Quella di Anna non è poesia della
rimembranza, infatti ella rifiuta la consolazione della memoria e la religiosità romantica. È antiromantica, antisimbolista e ci fa pensare alla situazione e al tono della poesia di Montale: anche se in modo più sentimentale,
c’è lo stesso simbolo dell’attimo fulminante, del dettaglio che emerge improvviso, carico di valore esistenziale (corrispettivo- oggettivo, oggetto che richiama stati d’animo, ma non è simbolo di essi).
Le sue liriche hanno, infatti, un’intonazione neoclassica come quelle di Puskin, a cui lei dedica due poesie.
Il ritorno ai classici è riconoscibile anche nella dolce musicalità e melodia dei versi, oltre che ai
temi: “Non berremo dallo stesso bicchiere/ l’acqua e il dolce vino…” è un chiaro riferimento alla semplicità cantata da Orazio, per cui il vino è simbolo di pacatezza e tranquillità, da bere assieme ad
un amico in un momento felice per non sciupare il tempo che gli uomini hanno a disposizione.
Le prime due quartine delle poesie descrivono, solitamente, l’ambiente in cui avviene l’azione, le altre esprimono
sentimenti generalmente connessi a immagini.
È il caso della poesia “Sotto l’icona un liso tappetino…”, dove l’ambiente di una comune casa russa colma di oggetti (un’icona religiosa,
una finestra, un piccolo tappeto liso sul pavimento, una stanza buia, il profumo di rose, il crepitio della lampada, i colori curati delle cassette, un telaio che si staglia sulla finestra, un profilo di donna ambiguo…)
emana devozione religiosa e un’atmosfera di vitalità: “edera rigogliosa”, “ampia finestra”, “buio sceso dentro la stanza”…quasi le immagini si fossero animate per rendere il luogo
più intimo.
Le antitesi (fine e crudele) interrompono, poi, la tranquillità dell’ambiente e introducono la parte sentimentale: una rivelazione, appena accennata, del dolore per un amore appena spezzato e ancora
intatto.
Le composizioni sono tutte attraversate da intense e profonde vibrazioni liriche.
Il linguaggio poetico ricade soprattutto sulle cose e comporta la rarefazione del verbo per un rafforzamento del
sostantivo.
Il lessico è contratto: le frasi si susseguono immediatamente in un ordine disorganico, il che forma nel discorso dei salti che mettono in rilievo il valore semantico di ogni frase. Anna vuole conferire
concretezza alla poesia e per questo ella rafforza il nome indebolendo il predicato. Spesso esso manca totalmente: “Il ventuno. Lunedì. Nel buio i tratti della capitale.”
Frasi semplici, spesso paratattiche
e in rima alternata tra loro, versi melodici creano suggestione al lettore, lontano dal linguaggio in espansione e platonico dei simbolisti, ricco di metafore, che nella lirica achmatoviana sono spesso assenti.
Frequenti sono, oltre alle antitesi, gli enjambament che fungono da pausa tra i versi liberi.
Ma sono le immagini e i sentimenti, e la connessione che questi possiedono, che più di tutto emergono nelle poesie
dell’Achmatova: il cielo, i fiumi - Nevà e il Dniepr - i campi, le case, i campanili non sono mai coinvolti direttamente ma diventano un referente essenziale per giustificare il mutamento del gioco verbale, a somiglianza
del gioco di intreccio dei sentimenti. Natura e parole non debordano mai dalla strofa, ma reagiscono sul poeta, il quale si riserva di utilizzarli, nominandoli, affinché l'io non sia opprimente ma rimedi per congiungere il
tutto poetico in un finale illuminante, attraverso un'unica frase chiarificatrice, la quale è incaricata di ristabilire un'assenza di gerarchia, di chiudere la scena e i suoi elementi. Il poeta entra in scena dopo
interrogativi per dichiarare il ruolo risolutore, che non è fisico ma psicologico: le situazioni risultano sempre compiute e l'emozione che le alimentava quasi appagate nella debolezza profonda del sentimento, così che il
lettore non è mai assillato e coinvolto con violenza, ma riceve dal poeta il senso di un rassicurante dominio emotivo dopo una riflessione. La cronologia e l'esatta geografia degli episodi poetici non vogliono marcare un
diario intimo e adolescenziale, ma sottendono ad un riconoscimento essenziale che punta ad esorcizzare la memoria collettiva dei tempi e dei luoghi: è il tentativo di riconoscersi e ritrovarsi attraverso una segreta
accumulazione di sé[2].
“Sotto l’icona un liso tappetino…”
(Da Sera)
“Sotto l’icona un liso tappettino,
dentro la fresca stanza è sceso il buio.
Ha inanellato l’ampia finestra
l’edera rigogliosa, verde cupo.
Dolce aroma che s’alza dalle rose,
stride la lampada bruciando appena.
Cassette variopinte, decorate
da una mano amorosa di artigiano.
Alla finestra biancheggia un telaio…
Il tuo profilo è fine e crudele.
Celi con ritrosia nel fazzoletto
dita cariche di baci.
Per il cuore pulsare è terribile
tanta è in quest’istante la sua pena…
E fra le trecce sparse, avvertibile a stento,
si nasconde un sentore di tabacco.”
(1913)
POESIA AL FEMMINILE
Sono evidenti nelle prime poesie le sensazioni del quotidiano femminile, i quadri iconici dello scenario amoroso, i piccoli sobbalzi al cospetto di una natura ordinata ma mutevole
sono modellati e adagiati su un angolo privilegiato: il sentimento.
L'ordito dei versi e la mediazione della recita colloquiale, tra un offerente io e un ricevente tu, sospesi in un parco, in una stanza, in un campo
arato, sono l'occasione per identificazioni e sostituzioni nel gioco delle parti possibili come due calamite che si attraggono e respingono in un campo magnetico: un riconoscersi accessibile e privilegiato per una privata
gestione della passione amorosa e del ruolo femminile.
Solo una donna è, infatti, capace di trasmettere certe emozioni e sensazioni che riguardano la vita di coppia, poiché è lei che riesce a gestire le situazioni, la
vita familiare, accudisce i figli, cura la casa…e per tutti questi motivi, solo la sensibilità di una donna può esprimere con sincerità e pienezza quello che prova e suscitare condivisione da parte di tutte le altre che
rivivono le stesse sensazioni e impressioni, attraverso i suoi versi.
“Poteva Beatrice creare come Dante, o Laura cantare il fuoco dell’amore? Io ho insegnato alle donne a parlare…mio Dio, ma come
obbligarle a tacere?”
Con questa frase Anna Achmatova sottolinea come le sue parole ed emozioni siano filtrate attraverso le sue poesie e abbiano raggiunto un universo femminile che si rispecchia nelle vicende
amorose. Grazie ai suoi versi le donne sono riuscite ad esprimersi e a confidarsi delle loro tragedie d’amore e situazioni dolorose. Forse prima nessuna vi era riuscita in questo, come Laura e Beatrice non avrebbero
potuto scrivere come fecero Dante e Petrarca, ma ora, i sentimenti vengono esplicitati pienamente, senza doppi sensi né metafore.
Ora, però, che le donne riescono a comunicare i loro stati d’animo, è difficile
farle tacere. È proprio una componente stabile nelle donne: parlare tanto, dire tutto a tutti e continuare a parlare senza fermarsi nemmeno per respirare. Di questo Anna è consapevole e, infatti, nelle liriche traspare una
ricerca di dialogo con la persona amata che però non sempre ricambia questo bisogno espresso chiaramente dal personaggio femminile.
Gli uomini sono spesso “di poche parole”, non hanno bisogno di esprimere
chiaramente i loro sentimenti e, il più delle volte, non riescono a farlo; è difficile per loro spingersi tanto da dichiarare le proprie sensazioni e sentimenti, se non utilizzando metafore e modi di dire; per comunicare ciò
che provano utilizzano brevi e significative frasi, le quali vengono comunque pienamente intese e colpiscono molto più profondamente la loro compagna (un esempio è la risposta inattesa dell’uomo: “Non startene al
vento”, nella poesia “Strinsi le mani sotto il velo oscuro…”).
Anna, invece, manifesta pienamente il suo essere donna nel riportare tutte le sue sensazioni nei versi e nel dire tutto ciò che prova
utilizzando una penna ed un foglio di carta.
Fa tutto ciò utilizzando l’arma più vincente di cui una donna può usufruire per sedurre un uomo: si manifesta tra i versi una sensualità che incuriosisce, ammalia e
affascina, sostenuta da una scheggia di malizia che strega e seduce il lettore.
Ed è proprio la sua sensualità a colpire Amedeo Modigliani durante un suo viaggio a Parigi nel 1912.
I due passavano ore sulle
panchine a leggere Baudelaire, Verlaine, Mallarmè, e Modigliani rammaricandosi di non poter comprendere le poesie della russa, inizia a farle dei ritratti senza che lei posi per lui.
Complessivamente i ritratti sono 16,
ma sono andati tutti perduti tranne uno che lei ha custodito molto gelosamente.
Iniziò poi a scoprire l’Italia recandosi a Venezia, Genova, Padova, Bologna, Pisa e Firenze, e affermando che “la pittura e
l’architettura italiana sono simili ad un sogno che ti rammenti per tutta la vita!”
UN AMORE DAI TONI RELIGIOSI
Nel 1914 pubblica il secondo libro
“Rosario”, con il quale Anna approda ad un tono di preghiera, interpretato come devozione religiosa anche nelle poesie d’amore.
Al 1917 risale invece “Stormo Bianco”, i cui versi, che
prima sembravano delle confessioni e colloqui con l’amato, ora prendono forma di riflessione e di supplica. Anna non nomina mai Dio, ma il lettore si accorge che la poetessa è molto religiosa, anche se non mancano mai
l’inclinazione al dolore, alla tristezza e alla sofferenza dell’amore senza speranza.
Я научилась просто,
мудро жить, смотреть на небо, и
молиться Богу, и долго передъ
вечеромъ бродить, чтобъ утомить
ненужную тревогу.[3]
Questa inclinazione della poesia verso un tono più religioso dipende dal fatto che nel 1914 il marito era
partito per il fronte e Anna si era ammalata di tubercolosi, causando in lei una forte tristezza.
Nel 1918 la crisi matrimoniale la porta al divorzio da Gumilev, e la fine di questo importante rapporto
impronterà profondamente la sua vita e la sua produzione.
In questo periodo la Russia è segnata dalla Rivoluzione e l’Achmatova assume un’impostazione intollerante di fronte a ciò che sta accadendo alla sua
terra natia, ma non abbandona mai il suo paese e la sua poesia descrive alcune esperienze, contraddistinte dalla crisi del linguaggio della lirica moderna e ci offre le immagini del decadente uomo contemporaneo.
Sempre
nel 1918, Anna sposa il poeta V. Silejko, uomo talmente possessivo da condurre l’Achmatova a richiedere un ulteriore scioglimento del matrimonio nel 1921, anno di pubblicazione di “Piantaggine”, seguito da
“Proprio sul mare” e “Anno Domini”.
(...)
Мне голос был. Он звал
утешно, он говорил: «Иди сюда, оставь
свой край глухой и грешный, оставь
Россию навсегда.
Я кровь от рук твоих
отмою, из сердца выну черный стыд, я
новым именем покрою боль поражений и
обид.»
Но равнодушно и спокойно
руками я замкула слух, чтоб этой речью
недостойной не осквернился скорбный
дух.[4]
Ora, ai temi che richiama nei suoi scritti, quali l’amore, la città e la classicità, si aggiunge anche quello della morte: è ingannevole andare verso una fine che era già al
punto di partenza.
L’idea della morte le viene suggerito dalla rivoluzione russa che impervia tra le strade di San Pietroburgo, portando distruzione, dolore, migliaia di caduti e una forte infelicità
nella poetessa che vede il suo amato paese cadere nella crisi più profonda.
GLI ANNI PIU’ TRISTI
Nel 1925 nasce una nuova infelice relazione con N. Punin, studioso d’arte.
Ma il peggio deve ancora arrivare.
Il 25 agosto 1925 il suo ex- marito Gumilev viene accusato di aver preso parte ad un complotto
filo- monarchico e viene fucilato. Con la sua morte, cessa di esistere anche il movimento acmeista da lui fondato.
Anna viene vista come ex- moglie di un controrivoluzionario; inoltre negli anni tra 1917 e 1921, non si
era espressa in alcun modo riguardo all’adesione alla Rivoluzione, pur scegliendo di non emigrare.
Infatti, l’Achmatova insieme a B. Pasternak, è l’unica artista che non ha lasciato mai la sua patria.
Dalla seconda metà degli anni ’20 fino al 1940, il partito non riteneva opportuno deportarla o imprigionarla, ma la controllava sottoponendola a ricatti, colpendola negli affetti più cari.
Così la sua produzione poetica si interrompe in questi anni, fino alla fine degli anni ’30.
E’ in questo periodo, infatti, dopo la separazione da Punin (1938), alla vigilia dell’apertura dei campi
staliniani e delle deportazioni, che Anna riprende a poetare e raduna le liriche scritte negli anni del suo silenzio, caratterizzati da tristezza e solitudine, nella raccolta “Il giunco”.
In realtà, il libro
non uscirà mai: nel 1935 il figlio Lev, nato dal matrimonio con Gumilev, viene arrestato e condannato a morte – condanna poi convertita in deportazione nei gulag – e la causa presunta è il cognome del padre.
LO SPIRITO MATERNO Anna si reca ogni giorno al carcere per avere notizie di Lev.
È da qui che nasce il poemetto “Requiem”: un chiaro riferimento alla sorte dei condannati ai campi
di lavoro staliniani.
Il poema assume un tono molto meditativo e profetico che racconta l’angoscia, il lamento prima personale e che poi accomuna tutta l’Unione Sovietica davanti a questa offesa
all’umanità.
La donna riesce a descrivere tutto ciò che osserva con gli occhi di una madre che vede soffrire il proprio figlio ingiustamente e non può fare nulla per salvarlo o consolarlo: una madre
che ha tanto sofferto per i matrimoni infelici e la cui unica gioia, il figlio, ora le viene tolta facendola patire nuovamente.
Уводили тебя
на рассвете,/ за тобой, как на выносе,
шла,/ в темной горнице плакали дети,/ у
божницы свеча оплыла./ На губах твоих
холод иконки./ Смертный пот на челе...не
забыть! –/ Буду я, как стрелецкие женки,/
под кремлевскими башнями выть.[5]
Семнадцать месяцев кричу,/ зову тебя
домой./ Кидалась в ноги палачу,/ ты сын и
ужас мой./ Все перепуталось навек,/ и мне
не разобрать/ теперь, кто зверь, кто
человек,/ и долго ль казни ждать.[…][6]
Ora le
sue invocazioni non si riferiscono più ad un amore platonico o non corrisposto per un uomo, ma a quello verso il proprio figlio, parte di ogni donna e unico scopo per cui vivere e a cui dedicare la propria vita.
È
evidente come l’amore e il dolore che traspaiono dai versi siano grida di disperazione per il proprio figlio che ella vede portare via, lontano dalla sua casa.
Lo sconforto è cosi grande da condurre alla follia e
alla ricerca della morte, non potendo vivere in questa sofferenza e lontananza da lui, temendo il possibile arrivo dell’esecuzione.
La paura di una possibile condanna a morte del figlio spinge Anna a tentativi
estremi per cercare di liberarlo a cui non sarebbe mai giunta se non per motivi davvero importanti, quali, appunto, la carcerazione di Lev.
Per salvarlo, infatti, Anna scende a compromessi con Stalin, il tiranno che ella
tanto non tollerava, e cerca di persuaderlo affinché le restituisca il figlio.
È così che una donna agisce nel momento in cui vede farsi portare via ciò che più ama, specialmente se questo qualcosa è proprio una parte di
sé, come è un figlio: decide in modo poco razionale, istintivamente pur di ottenere ciò che vuole, gioca e scende a compromessi anche con chi o cosa odia maggiormente, il tutto avvolto in un gioco di sensualità quasi maligna
che strega l’interlocutore fino a fargli concedere le sue richieste.
Infatti, Anna, seppur contraria al regime staliniano, istintivamente e senza pensarci a lungo, prova a recuperare il figlio stringendo delle
corrispondenze proprio con il tiranno.
Lo loda, colpisce la sua sensibilità proprio come una poetessa riesce a fare, scrive versi a lui dedicati…compromessi a cui non sarebbe mai scesa se non in casi molto
pericolosi.
Анна Ахматова - Иосифу Сталину
Глубокоуважаемый Иосиф Виссарионович!
Зная Ваше внимательное отношение к
культурным силам страны и в
частности к писателям, я решаюсь
обратиться к Вам с этим письмом. 23
октября в Ленинграде арестованы
Н.К.В.Д. мой муж Николай Николаевич
(Профессор Академии Художеств) и мой
сын Лев Николаевич Гумилев (студент
Л.Г.У). Иосиф Виссарионович, я не знаю
в чем их обвиняют, но даю Вам честное
слово, что они ни фашисты, ни шпионы, ни
участники контрреволюционных
обществ. Я живу в С.С.Р. с начала
Революции, я никогда не хотела
покинуть страну, с которой связана
разумом и сердцем. Несмотря на то, что
стихи мои не печатаются и отзывы
критики доставляют мне много
горьких минут, я не падала духом; в
очень тяжелых моральных и
материальных условиях я продолжала
работать и уже напечатала одну
работу о Пушкине, вторая печатается.
В Ленинграде я живу очень уединенно
и часто по долгу болею. Арест двух
единственно близких мне людей
наносит мне такой удар, который я уже
не могу пережить. Я прошу Вас, Иосиф
Виссарионович, вернуть мне мужа и
сына, уверенная, что об этом никогда
никто не пожалеет.
Анна Ахматова
1 ноября 1935
Anna Achmatova – a Josif Stalin
Rispettabile Josif Vissarionovic!
Conoscendo il suo interessato affetto per le culture del paese e in particolare per gli scrittori, mi permetto di rivolgermi a Voi con questa lettera. Il 23 ottobre a Leningrado sono stati arrestati dalla polizia segreta mio
marito Nicolaij Nicolaevic (professore all’accademia dell’arte) e mio figlio Lev Nicolaevic Gumilev (studente all’università statale di Leningrado).
Josif Vissiarionovic, io non so di cosa li accusano,
ma do a voi la mia parola onesta che loro non sono fascisti, né spie, né partecipanti alle fondazioni controrivoluzionarie.
Io abito nella URSS dall’inizio della Rivoluzione e non ho mai voluto lasciare il paese
con il quale sono legata con la mente e con il cuore. Sebbene i miei versi non vengano pubblicati e i commenti dei critici mi diano tante amarezze, io non sono mai stata pessimista; in pesanti condizioni morali e materiali ho
continuato a lavorare e ho già pubblicato un lavoro su Puskin, e il secondo sta per essere pubblicato. A Leningrado abito in modo molto riservato e spesso ho qualche problema fisico. L’arresto delle due uniche persone a
me care mi ha recato una dura ferita che non riesco a sopportare.
Io vi prego, Josif Vissarionovic, di tornarmi il marito e il figlio, sono sicura che di questo nessuno si pentirà.
Anna Achmatova
1 novembre 1935
Il dolore di una madre
Lo stesso Stalin, a sua volta, cerca di coinvolgerla nella vita pubblica del paese quando la induce a tenere un
discorso alla radio per riunire il popolo russo contro l’avanzata tedesca nel 1941.
Proprio in questo stesso anno, il tiranno fa evacuare gli intellettuali, tra cui anche Anna, da Leningrado a Taskent.
Qui
scrive “Luna allo zenit”, “Il vento della guerra”, “Elegie del Nord”, in cui è evidente il tema centrale della produzione: la guerra.
Птицы
смерти в зените стоят. Кто идет
выручать Ленинград? Не шумите вокруг
– он дышит, он живой еще, он все слышит,
как на влажном балтийском дне
сыновья его стонут во сне, как из недр
его вопли: « Хлеба!» - до седьмого дохоят
неба. Но беэжалостна эта твердь и
глядит из всех окон смерть. 1941[7]
Le poesie descrivono ora la sua amata
terra e la gente di fronte alla desolazione, alla povertà e alla paura che incute la Seconda Guerra Mondiale.
Vengono attaccate le città, i civili, donne e bambini che non hanno nulla a che fare con le armi, le bombe, la
conquista del mondo.
Anna è molto sensibile davanti a questi fatti e le sue poesie trasmettono ciò che il popolo russo pensava e temeva in quel momento: la distruzione totale, il timore che questa guerra non potesse mai
finire, la paura di morire di fame…
Nonostante le durissime condizioni di vita e le censure ai suoi libri (come “Requiem”), Anna decide di non allontanarsi mai dal contesto sociale in cui era cresciuta
e che le aveva ispirato quelle poesie uniche e impareggiabili.
Nel 1944 Lev viene liberato perché chiede di arruolarsi nell’Armata Rossa e alla fine della guerra torna
dalla madre.
Ma nel 1949 suo figlio viene nuovamente arrestato e Anna, terrorizzata che egli potesse essere ucciso, scrive alcune liriche dedicate a Stalin.
Anna cerca ancora una volta una soluzione per riavere
per sempre il figlio con sé, ma le sue poesie non dissuadono il tiranno.
Lev verrà risparmiato e liberato tre anni dopo la morte del dittatore. ESPULSIONE DAL CECH POETOV
Nel 1945 il
giornalista Randolph Churchill rende pubblica la sua relazione con il primo segretario dell’ambasciata inglese Isaiah Berlin.
A questo si aggiungono le critiche di Zdanov ( “È insieme suora e
prostituta” ) risalenti all’anno successivo, che l’accusano di pessimismo nevrotico, misticismo, culto per il passato ed estetismo. L’accusa di estetismo, in particolare, è dovuta a riferimenti
all’analisi di Thomas Mann che sosteneva che “ogni forma di estetismo è di natura pessimistico – orgiastica, inclina cioè alla morte”[8].
L’Achmatova è consapevole di descrivere l’eros
e questi incontri d’amore le suggerisce veramente un’idea di morte.
Il suo modo di scrivere potrebbe quindi sembrare avvicinarsi all’estetismo, ma in realtà questa situazione di eros romantico non
comporta nessun compiacimento estetizzante.
Ad ogni modo, questi giudizi le costano l’espulsione dall’Unione degli scrittori Sovietici che provoca in lei un periodo di isolamento, come si nota nella raccolta
di liriche “Frantumi”.
La sua emancipazione, raccontare e descrivere tutto ciò che vedeva e provava, recavano un forte turbamento al regime sovietico, e la paura che ella potesse coinvolgere più persone del
dovuto e trascinare le masse contro la dittatura, spinse chi di dovere a bloccare la pubblicazione dei suoi libri.
Anna, però, non interrompe la sua produzione e negli anni ‘ 50 le sue poesie cominciano ad essere
nuovamente pubblicate sulle riviste.
In questo senso si può notare la determinatezza femminile a non indietreggiare di fronte alle difficoltà.
L’ULTIMA POESIA
Nel 1964 ottiene il permesso di recarsi all’estero; visita Roma e in Sicilia le viene conferito il premio Etna – Taormina e l’anno successivo a Oxford riceve la laurea “honoris causa”.
Nel 1965 esce una nuova raccolta di poesie “La corsa del tempo” che contiene tra l’altro la prima parte del trittico “Poema senza eroe”, l’ultimo lavoro compiuto dalla poetessa a cui
lavorava dal 1942.
Dalla Prefazione del poema:
[…] Я посзящаю эту поэму
памяти ее первых слушателей – моих
друзей и сограждан, погибших в
Ленинграде во время осады.
[…]
Dedico questo poema alla
memoria di coloro che per primi l’ascoltarono, miei amici e concittadini periti a Leningrado durante l’assedio.
8 aprile 1943, Taskent.
До
меня часто доходят слухи о
превратных и нелепых толкованиях «
Поемы без героя». И кто- то даже
советует мнесделать поэму более
понятной.
Я воздержусь от этого.
Никаких третьих, седьмых и двадцать девятых смыслов поэма не содержит.
Ни изменять ее, ни объяснять я не буду.
«Еже писахъ – писахъ».
Mi giungono spesso voci di interpretazioni capovolte e assurde del “Poema senza eroe”. E c’è perfino chi mi consiglia di rendere il poema più comprensibile.
Mi asterrò dal farlo.
Il poema non contiene nessun terzo, settimo o ventinovesimo senso.
Non voglio ne modificarlo, ne chiarirlo.
“Quel che è scritto, è scritto”[9].
“Poema senza eroe” è un vero e proprio poema, diviso in tre parti ineguali, scritto in varie riprese tra 1940 e 1942, ma a cui l’Achmatova ha lavorato per altri venti anni.
Esso racconta una
storia vera a cui Anna si è ispirata: un giovane ufficiale si suicida dopo essere stato respinto da una bella donna, troppo corteggiata ed ammirata per corrispondergli. Nella storia si intersecano due epoche antitetiche: il
passato 1913, l’anno prima della guerra da cui sarebbe scaturita la rivoluzione e il presente 1940 che precede l’inizio della grande guerra patria.
L’opera è sospesa tra la realtà ed il sogno, fra
l’incubo del passato e la reazione del presente, essa vive nella memoria della poetessa, unica tra i suoi coetanei ad essere sopravvissuta.
Il poema è, in pratica, un coraggioso tentativo di conciliare
l’intimismo delle liriche giovanili con una più ampia e drammatica visione della realtà e della storia.
L’ultima sua produzione è rappresentata dai cicli “La
rosa di macchia fiorisce”, ma Anna si concentra soprattutto a portare a termine il suo poema che verrà pubblicato solo dopo la sua morte, avvenuta a Domodedovo il 5 maggio 1966, in seguito ad una crisi cardiaca.
La
sua produzione negli ultimi decenni è parte integrante della poesia della Russia sovietica e fuori da quel contesto sarebbe impensabile comprenderla, nonostante le sue liriche costituiscano una voce solitaria e discorde,
sembrino seguire i fantasmi del proprio passato o le angosce della sua esistenza e siano permeate totalmente di storia.
Come disse Michele Colucci: “ La storia dell’opera achmatoviana è quella
di una poesia che innova la propria tematica originaria, che rielabora notevolmente anche i suoi mezzi espressivi e, malgrado tutto, rimane fondamentalmente uguale a se stessa”. (1992)
Bibliografia
Anna Achmatova – Poesie, Ugo Guanda Editore, Parma, 1962
Anna Achmatova – Poema Senza Eroe e altre poesie, Giulio Einaudi editore s.p.a., Torino, 1966
ETTORE LO GATTO, Profilo della
letteratura russa dalle origini a Solzencyn – momenti, figure e opere –, Arnoldo Mondadori Editore s.p.a., Milano, 1975
Dialoghi con il testo – poesia e teatro, diari di lettura su poesia lirica e
dramma, Paravia Bruno Mondadori Editori, Milano, 2003
Sitografia
www.annaachmatova.altervista.org
www.larici.it/culturadell’est
www.larici.it/index.html
www.geneimmediato.altervista.org
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[1] Thomas Mann, “Dialogo con Goethe”, Mondatori, 1955, pagg. 220-221.
[2] www_larici_it/cultura dell’est
[3] Ho imparato a vivere con semplicità, saggezza, a guardare il cielo e pregare il Signore, e lungamente avanti a sera vagare per stancare un’inutile angoscia. (da
“Rosario”, 1912). Traduzione di Bruno Carnevali, Anna Achmatova – Poesie, Ugo Guanda editore, Parma, 1962, pagg. 62-63
[4] […] una voce mi chiamava confortevole, dicendo: “Vieni qui, lascia
il tuo paese peccaminoso e sordo, lascia la Russia per sempre. Laverò le tue mani del sangue, trarrò dal tuo cuore la nera vergogna, con un nuovo nome coprirò il dolore di sconfitte e di offese.” Ma calma e indifferente
mi tappai con le mani gli orecchi perché da questo discorso indegno non fosse profanato lo spirito afflitto. (da “Piantaggine”, 1917). Traduzione di Bruno Carnevali, ibidem, pagg. 210-211.
[5] “Ti
hanno portato via all’alba, io ti venivo dietro, come ad un funerale, nella stanza buia i bambini piangevano, sull’altarino il cero sgocciolava. Sulle tue labbra il freddo dell’icona. Il sudore mortale sulla
fronte…Non si scorda! Come le mogli degli strelizzi, ululerò sotto le torri del Cremlino. (Mosca, 1935).” Traduzione di Carlo Riccio, Anna Achmatova – Poema Senza Eroe e altre poesie, Giulio Einaudi editore
s.p.a., Torino, 1966, pagg.32-33.
[6] “Diciassette mesi che grido, ti chiamo a casa. Mi gettavo ai piedi del boia, figlio mio e mio terrore. Tutto s’è confuso per sempre, e non riesco a capire ora chi sia la
belva e chi uomo, e se a lungo attenderò l’esecuzione.” Traduzione di Carlo Riccio, ibidem, pagg. 40-41.
[7] “Sono allo zenit gli uccelli della morte. Chi andrà a salvare Leningrado? Non rombate
intorno, ché respira, è viva ancora, e di continuo ascolta come nel sonno gemono i suoi figli nell’umido fondo del Baltico, come dalle sue viscere le grida: “ Pane!” – arrivano al settimo cielo. Ma
questa rocca è spietata e d’ogni finestra guarda la morte.” (da “Il vento della guerra”, settembre 1941). Traduzione di Bruno Carnevali, op. cit., pagg. 300-301.
[8] Thomas Mann, Lettera sul matrimonio, Il “Saggiatore”, 1959
[9] Traduzione di Carlo Riccio, op. cit.
[Biografia]
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