Da giornali eccetera

Questo è un articolo apparso sul Corriere della Sera del 24 febbraio 2003. [Grazie a Max]

Achmàtova e Cvetaeva
di VITTORIO STRADA

Due donne, due voci, due destini: Anna Achmàtova e Marina Cvetaeva, due poeti cui non s’attaglia la denominazione di «poetesse», nel senso in cui un altro grande poeta russo, Osip Mandelstam, una volta scrisse beffardamente che Majakovskij rischiava di diventare una «poetessa». In queste parole di Mandelstam c’era una dose di misoginia letteraria che faceva della «femminilità» assenza di rigore e vigore ed eccesso di sentimento e cedimento. Comunque neppure l’Achmatova amava sentirsi definire «poetessa». Quanto alla Cvetaeva, il suo essere donna si traduceva, in poesia, in una vitalità così travolgente da far apparire «femminei» non pochi versificatori. Due poesie diverse, radicate nello stesso terreno sconvolto della Russia novecentesca, quella dell’Achmatova e quella della Cvetaeva: classica e apollinea la prima, trasgressiva e dionisiaca la seconda. E due vite diverse, anche se entrambe tempestose di amori e piagate di dolori. Ma quella dell’Achmatova decorse, dopo il 1917, nella Russia comunista entro uno spazio appartato, fuori dai fasti di un regime a lei estraneo e ostile, colpita nei suoi affetti (il marito, il poeta Nikolaj Gumiliov, fucilato dai «rossi» e il figlio loro, Lev, deportato in un lager del Gulag) e ferita dal brutale attacco ideologico di un alto dignitario sovietico, Zhdanov.
Più tormentato il cammino della Cvetaeva, che scelse l’esilio dopo la vittoria bolscevica, ma restò a sé nell’emigrazione russa, troppo insubordinata per militare sotto una qualsiasi bandiera. Poi il rientro nell’Urss nel 1939, spinta da un’assurda speranza e dalla fedeltà a un marito che aveva avuto la sventura di collaborare coi sovietici, e infine il suicidio nel 1941.
Più fortuna ha avuto Marina Cvetaeva, rispetto ad Anna Achmatova, quanto a biografie: una nuova ne esce ora, dovuta a Henri Troyat presso Le lettere (Marina Cvetaeva. L’eterna ribelle , pagine 250, 16).
E un’altra, per vari versi migliore, di Simon Karlinsky, ne era uscita qualche anno fa presso Guida editori.
Uno dei poemi più belli delle Cvetaeva, L’accalappiatopi , rende la quintessenza del suo atteggiamento di rifiuto del mondo come esso è, borghese, ma anche antiborghese, poiché il filisteismo, la grettezza d’animo e d’intelletto era da lei equamente avvertita nei conservatori e nei rivoluzionari. Nel poema, riecheggiante la leggenda del «pifferaio di Hameln», il suonatore libera una satolla e torpida cittadina dai topi («sovietici», nel poema), portandoli ad annegare in un lago. Ma poi, mal trattato dai tronfi maggiorenti della cittadina, si vendica trascinando i bambini della città col suono del suo piffero fino allo stesso lago, annegando anch’essi. Liberandoli dal diventare come i loro padri.
Il poema-favola si conclude in una surreale tragedia. Catastroficamente si conclude anche la vita di Marina Cvetaeva, ribelle senza più speranza. Anna Achmàtova seppe resistere fino alla fine delle sue energie. Due donne, due voci, due destini.

[Articolo di approfondimento sul rapporto tra Cvetaeva ed Achmatova: link esterno]

Un articolo apparso su il Giornale di Brescia di venerdì 21 gennaio 2000, firmato Lucia Gorlani Gardoni, dal titolo

Una vita tra i drammi del Novecento
Anna Achmatova: poesia e sofferenza

Siamo arrivati, al 2000. E io ho voluto attraversare il nostro secolo con Anna Achmatova nel freddo e nel dolore di un grande Paese europeo, la Russia.
«Il XX secolo ebbe inizio nell’autunno dell’anno 1914 insieme con la guerra, così come il XIX s’iniziò con il Congresso di Vienna. Le date del calendario non hanno significato». È ciò che Anna Achmatova scrive con la sua asciutta eloquenza di testimone intrepido dei primi drammatici accadimenti del ’900. Aveva capito che non si valutano i tempi in base al calendario, ma in base agli eventi. E la guerra, la prima guerra mondiale, ha in realtà aperto la serie di tutte le violenze che ancora non sono cessate. Quella guerra che, nelle ottimistiche previsioni dei politici e dei militari, avrebbe dovuto concludersi rapidamente e che invece ristagnava sui fronti, mentre i popoli davano segni di stanchezza. Il primo a
crollare fu l’impero degli zar in Russia. Una sommossa spontanea di popolani che facevano la coda per il pane davanti forni fu la scintilla che fece divampare, l’8 marzo 1917, la fiamma della Rivoluzione a San Pietroburgo (poi Pietrogrado, Leningrado e infine ancora San Pietroburgo). Il Paese fu in mano prima ai bolscevichi di Lenin che imposero un rigido comunismo di guerra e poi alla durissima dittatura di Stalin.
E proprio a San Pietroburgo, nel cenacolo di una cultura che ha visto fondersi l’Occidente con l’Oriente, ai margini della nuova ufficialità statuale e dei suoi apparati accademici, la vita letteraria, oppressa dal cataclisma rivoluzionario, non rinuncia al suo impulso e alla sua tradizione. Solo si fa più spoglia e severa.
Ne sono testimonianza la vita e la voce di Osip Mandel’ stam, a lungo sepolte nelle mura di Lubjanka e
riabilitate solo dopo il 1987. E la solitudine fedele dell’Achmatova che scorgeva «la Russia innocente sotto gli stivali insanguinati». Una donna da ammirare per la sua tenerezza in amore e la sua tempra dura che neppure le tragiche bufere della storia del suo Paese hanno potuto piegare.
Come Boris Pasternak, come Sergej Bulgakov, come Marina Cvetaeva, così Anna Achmatova fu davvero poeta del suo popolo, poeta che con il suo popolo sopportò con religioso stoicismo tutte le aberrazioni di quel tempo. Interprete pietosa ma ferma di un destino collettivo.
Le prove cominciarono assai preso per lei. Dopo il matrimonio con Nikolàj Gumilev, partecipa con la «Corporazione dei poeti» alla nascita del movimento acmeista, in aperta polemica con il Simbolismo, ma distante anche dal Futurismo. Seguono anni di viaggi e di frequentazioni culturali: a Parigi conosce Modigliani che la ritrae nel suo volto aristocratico eforte, mentre in Italia prova un’impressione «simile a un sogno che ti rammenti pe tutta la vita».
Con l’avvento della rivoluzione, i fatti precipitano: Gumilev, che appariva un poeta virile e guerriero, è accusato di aver preso parte a una congiura monarchica ed è arrestato e fucilato il 25 agosto 1921.
«Ti portarono via all’alba, /
Ti seguivo, come a un funerale, /
 In una angusta stanza piangevano i bambini...». Mentre ad Anna Achmatova, poetessa «aristocratico-borghese», schiacciata da una vera persecuzione, viene interdetta ogni pubblicazione. Per sopravvivere, conta sull’appoggio di Boris Pasternak, svolge la professione di traduttrice e studia sempre più l’opera di Puskin. Ma i tragici sviluppi del regime stalinista le serbano ulteriori e drammatiche sofferenze. Il figlio Lev viene deportato e per lei ha inizio una lunga Via Crucis: nel tentativo di salvare la vita del figlio è costretta a piegarsi e scrive una lettera a Stalin e versi di ossequio al «comunismo radioso».
«Leggere corrono le settimane. /
 Quel che è accaduto non capisco, /
Come tu, figlio, sia finito in prigione. /
Bianche notti hanno guardato /
E ancora guardano /
Con l’occhio caldo di un gufo».
Ad aggravare la sua situazione, in questo periodo, intorno al 1935/40, scrive «Requiem», un canto straziato che, seppure non pubblicato, si guadagna, anche solo in forma di manoscritto, una fama vastissima. Il poemett è uno spietato atto di accusa, contro la dittatura di Stalin.
Al termine della Guerra, alla poetessa ucraina tocca sopportare nuove e sferzanti accuse sul suo impegno poetico e sulla militanza intellettuale di «dissidente dall’interno»: nel 1946 l’alto gerarca comunista Andrej Z’danov dalla tribuna della Rivoluzione trionfante accusa la sua poesia di essere «intimista» e «da camera» e la definisce non un «miracolo», ma un «peccato», la colpa peggiore che si possa commettere
in un’età di «impegno» politico e civile. Ciò porterà all’espulsione della scrittrice definita «un incrocio tra puttana e suora» dall’Unione dei letterati sovietici.
È soltanto il clima mutato dopo il Congresso del Pcus (1956) a consentire la sua riabilitazione: si susseguono in patria le riedizioni delle sue opere, tra le quali la dolente elegia dedicata a San Pietroburgo, il «Poema senza eroe» che aveva visto la prima luce negli Stati Uniti. Ma non è finita: il suo nome ancora fa fatica ad essere accettato ufficialmente, tanto che viene clamorosamente escluso nella «Storia della letteratura sovietica». In ogni caso, la sua statura di poeta e di critico letterario le ha guadagnato una fama notevole all’estero, tanto che nel 1964, per interessamento della Comunità europea degli scrittori, ottiene il permesso di recarsi fuori dall’Unione Sovietica per la prima volta dopo la Rivoluzione.
Anna Achmatova si spegne a Domodédovo, nei dintorni di Mosca, il 5 marzo1966. Dopo quasi ottant’anni di lunga vita, prima della fine di quel secolo che, ancora incompiuto, l’ha vista protagonista sofferente del tempo e della storia. Proprio perché come lei scrisse «le date del calendario non han-
no significato».
Lucia Gorlani Gardoni

Un altro articolo dal Giornale di Brescia del 18 marzo 2005 firmato Curzia Ferrari:

Anna Achmatova - Il tormento della scrittura

Fai clic qui per leggere l’articolo (PDF).

Recensione del Recital “Io sono la vostra voce”

Da La Rivista Culturale “IL LECCIO”, numero 4, mese di febbraio 1995.

Grande serata di cultura e di solidarietà umana , ieri sera al Grand’Hotel Costa Brada di Gallipoli, con il salone delle conferenze gremito come non mai (oltre quattrocento persone) . E’ stato messo in scena dalla Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori il recital IO SONO LA VOSTRA VOCE…un lavoro poetico che lo scrittore e drammaturgo Augusto Buono Libero (nome d’arte di Augusto Benemeglio) ha tratto dall’opera della grande poetessa russa Anna Achmàtova e che ha lasciato tutti incantati per la capacità dell’autore di trasferire la raffinata pagina lirica della poetessa in un contesto difficile, avvezzo a spettacoli più d’evasione. Il regista e l’autore – che hanno lavorato di conserva - sono riusciti a ricreare mirabilmente quell’aura rarefatta, magica , ma allo stesso tempo intensa e carica di emozione , che è propria della poesia d’amore (e civile) dell’Achmatova. Il tutto grazie anche ad un’interpretazione davvero straordinaria della giovanissima Marianna Fedele che, nei panni della poetessa russa da giovane, ci ha fatto trasalire. Il pubblico è rimasto rapito, incantato, affascinato, soggiogato dalla grazia della fanciulla e da un’atmosfera che sembrava fuori del tempo, non mancando tuttavia di rendersi vivamente partecipe nei momenti di intensa commozione, come quelli relativi alle pagine più sofferte e disperate della vita della poetessa russa (ad esempio la sua attesa davanti alle carceri con le altre donne , carceri in cui erano stati rinchiusi sia il marito che l’adorato figlio, e poi la spoliazione dei suoi beni, la messa al bando di tutti i suoi scritti, le offese pubbliche, ecc.) . Si sentiva in quei frangenti il respiro corto e partecipe della numerosa platea.

Tutti gli attori e il regista meritano un plauso per averci donato una vera perla , senza nessuno compiacimento o retorica. Un’opera essenziale, semplice, equilibrata in tutte le sue parti.

Anche l’incasso , di oltre cinque milioni di lire – tenuto conto che è stato interamente devoluto alla Sezione Provinciale della Lega per la lotta contro i Tumori – non va trascurato.

(Anna Maria Crisigiovanni)

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Ultimo aggiornamento: giovedì 5 aprile 2012
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