Brevi stralci da poemi e cicli

No, non sotto un cielo straniero,
non al riparo di ali straniere:
io ero allora col mio popolo,
là dove, per sventura, il mio popolo era.
(Epigrafe a Requiem) [Grazie a Vé]

Da Requiem

In luogo di prefazione

  Negli anni terribili della ežóvščina [nota 1] ho passato diciassette mesi in fila davanti alle carceri di Leningrado. Una volta qualcuno mi “riconobbe”. Allora una donna dalle labbra livide che stava dietro di me e che, sicuramente, non aveva mai sentito il mio nome, si riscosse dal torpore che era caratteristico di noi tutti e mi domandò in un orecchio (lì tutti parlavano sussurrando):
  - Ma questo lei può descriverlo?
  E io dissi:
  - Posso.
  Allora una sorta di sorriso scivolò lungo quello che un tempo era stato il suo volto.

Leningrado, primo aprile 1957.

[...]

III.

No, non sono io, è qualcun altro che soffre.
Io non potrei essere così, ma ciò che è accaduto
neri drappi lo coprano,
e portino via le lanterne...
   Notte.

[...]

VII.

La sentenza

E sul mio petto ancora vivo
piombò la parola di pietra.
Non fa nulla, vi ero pronta,
in qualche modo ne verrò a capo.

Oggi ho da fare molte cose:
occorre sino in fondo uccidere la memoria,
occorre che l’anima impietrisca,
occorre imparare di nuovo a vivere.

Se no... Oltre la finestra
l’ardente fremito dell’estate, come una festa.
Da tempo lo presentivo:
un giorno radioso e la casa deserta.

Estate 1939. Casa della Fontanka.

[...]

You cannot leave your mother an orphan. (Joyce)
(Epigrafe a Frantumi)

Da Frantumi

[...]

V.

Me, come una belva uccisa,
appendete ad un gancio cruento,
perché increduli e ridacchiando
gli stranieri mi girino attorno
e scrivano in fogli autorevoli
che s’è spento il mio dono senza pari,
che ero poeta fra i poeti,
ma è scoccata
la mia tredicesima ora.

<1949?>

[...]

La rosa di macchia fiorisce
Da un quaderno bruciato

And thou art distant in humanity (Keats)

Da La rosa di macchia fiorisce

[...]

Nella realtà

Via il tempo, via lo spazio,
attraverso la notte bianca ho visto tutto:
il narciso cristallo sul tuo tavolo,
l’azzurro fumigare del sigaro
e lo specchio ove avresti potuto subito
rifletterti, come nell’acqua pura.
Via il tempo, via lo spazio...
ma anche tu non puoi aiutarmi.

1946

[...]

Quasi in un album

Sentirai il tuono e mi rammenterai,
penserai: desiderava una bufera...
Sarà una striscia di cielo accesa di rosso,
e il cuore come allora in fiamme.
E ciò accadrà nel giorno moscovita
in cui abbandonerò per sempre la città,
muoverò verso il bramato riparo,
lasciando in mezzo a voi ancora la mia ombra.

1961-63

[...]

 

Da Il vento della guerra

Il primo grosso calibro su Leningrado

E nel variopinto tran tran della folla
tutto mutò di colpo.
Ma non era un suono cittadino,
e nemmeno campagnolo.
E’ vero, era la copia esatta
del boato di un tuono lontano,
ma in un tuono c’è l’umido
d’alti, freschi cirri,
c’è l’annunzio dei lieti temporali
che anelano i prati.
E questo era secco, come l’inferno,
e l’orecchio turbato non voleva credere
a come si ampliasse e crescesse,
a come, indifferente, recasse morte
al mio ragazzo.

1941

[...]

1.[nota 2]
In giardino trincee,
non ardono luci.
Orfani di Píter,
bambinetti miei!
Sotto terra non respiri,
alto morde il dolore,
fra le bombe echeggia una vocina infantile.

2.
Picchia col pugnetto, e aprirò.
Io a te ho aperto sempre.
Ora sono di là d’alti monti,
di deserti, di venti e calure,
ma mai ti tradirò...
Non ho sentito il tuo lamento,
non mi hai chiesto del pane.
Portami un ramo d’acero
o verdi erbette soltanto,
come la primavera scorsa mi portasti.
Portami un sorso della nostra pura,
fredda acqua della Nevà,
e dalla tua testina color d’oro
laverò i segni del sangue.

1942

[...]

 

Da Luna allo zenit

[...]

Sono stata via settecento anni
ma nulla è cambiato...
sempre la misericordia di Dio
scende da vette incontestabili,

sempre gli stessi cori di stelle e acque,
sempre così nera è la volta del cielo,
e lo stesso vento sparpaglia i semi,
e lo stesso canto canta la madre.

E’ salda la mia dimora asiatica
non bisogna preoccuparsi...

Verrò ancora. Fiorisci, siepe,
sii colma, limpida vasca.

[...]

 

Da Nell’anno quaranta

[...]

5. [registrazione audio]
Ma io vi prevengo che vivo
per l’ultima volta.
Né come rondine, né come acero,
né come giunco, né come stella,
né come acqua sorgiva,
né come suono di campane
turberò la gente,
e non visiterò i sogni altrui
con un gemito insaziato.

1940

[...]

Note al testo

Nota 1: Anni del terrore staliniano durante i quali il commissario del popolo agli Interni era Nikolaj Ivanovič Ežov. [Torna al testo]

Nota 2: Questi versi piangono la morte di uno dei due bambini figli di vicini della Casa della Fontanka, al quale l’Achmàtova era particolarmente legata: Val’ja Smirnov, perito durante un bombardamento della città. Alcune edizioni della lirica recano infatti una dedica al bimbo.
Nel testo si trova il nome Píter: è un “diminutivo” di Pietroburgo. Così veniva chiamata familiarmente la città in Russia, prima e dopo la Rivoluzione. [Torna al testo]

Bibliografia
Testi: vedi bibliografia (2) (6)
 

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Ultimo aggiornamento: martedì 26 luglio 2011
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